Un bar.
Due sedie accanto al tavolino.
C’ero io. C’era lei.
Due cappuccini tra di noi, che fumavano, ed il calore di entrambi si univa e faceva la sua lunga ascesa verso l’alto, verso il nulla.
Una risata. La sua.
Non di certo la mia.
Io sorridevo. Sorridevo guardandola.
Sorridevo mentre si aggiustava i capelli, sorridevo mentre con la mano destra girava lentamente il cucchiaino, e con la mano sinistra si portava la tazza alla bocca, e si sporcava con la schiuma e rideva, rideva immensamente di se stessa, non si vergognava, e rideva, e tu non potevi fare altro che rimanere incantato di fronte alla sua bellezza, di fronte a quella risata.
Poi poggiava la tazza sul piattino, continuando a parlare, continuando a guardarmi negli occhi, non distoglieva lo sguardo – come ero solito fare io- non era insicura, timida, ma continuava imperterrita a scrutarmi con quegli occhi color cioccolato, ed il suo scrutare scatenava in me qualcosa di forte, una sensazione che mi faceva venire la voglia di alzarmi da quella sedia ed abbracciarla forte, fino a romperle le costole.
Ma non lo facevo. E mi limitavo a sorriderle.
Non potevo fare altro.
***
Lo stesso bar.
Le stesse due sedie accanto al tavolino.
Pioveva.
La pioggia tamburellava sul vetro della finestra che affacciava sulla strada.
Milioni di persone che correvano cercando di non bagnarsi da quella pioggia, da quelle gocce; Avevano forse paura che l’acqua entrasse nel loro corpo, che li scoprisse della loro intimità, dei loro segreti, delle loro debolezze, e correvano veloci sul marciapiede, tra vie traverse, su strisce pedonali, tra macchine e divieti di semafori.
La porta del locale si aprì.
Alzai lo sguardo. Non era lei.
Un signore alto più o meno quanto un armadio, entrò prorompente insieme alla moglie; si sedettero e ordinarono due caffè.
Sembravano una caricatura messi assieme, lui alto e grosso, lei bassa, bionda e con il naso adunco.  Se ne stavano lì a chiacchierare, senza guardarsi veramente.
Gli occhi di lui sfuggivano su qualsiasi altra cosa esistente in quella stanza, gli occhi di lei facevano finta di non accorgersene e frugavano qualcosa da lontano, forse un indizio per smascherare l’uomo, o forse erano solo stanchi di fare finta.
La porta del locale si aprì una seconda volta.
Un ragazzino con le cuffie alle orecchie muoveva la testa a tempo di musica, lo seguivano altri tre ragazzi, ballavano su note che solo loro riuscivano a sentire e nel frattempo parlavano urlando per sentirsi l’uno con l’altro; si sedettero anche loro. Ordinarono quattro Milk-shake e continuarono a parlare: di football, di musica, delle ragazze pon pon della scuola, di un certo Mikey, il più sfigatello a quanto potessi capire, e della più «figa» della scuola che «si sono fatti tre di loro» e se ne stavano lì, fieri del premio ottenuto, di quelle gambe «che sapevano tanto di fragole» e di quelle mani «troppo esperte per essere vere».
Risi ricordando i tempi in cui anche io ero solo un ragazzo.
Non c’erano gli “sfigatelli”, non c’erano gli ipod per ascoltare la musica.
Il mondo era fatto di giradischi e juke-box, di gonne troppo lunghe che ti lasciavano solo immaginare come potessero essere le gambe della più “figa”, e di padri troppo severi all’esterno, che facevano finta di non sapere che la figlia scappasse dalla finestra ogni notte per potersi vedere anche solo un’ora con il ragazzo che le piaceva.
La porta si aprì ancora, e ancora e ancora.
Poi lo vidi. Un vestito a fiori. Lungo fino alle ginocchia, che lasciava intravedere i segni del passato.
E quegli occhi al cioccolato, sempre sorridenti, ma sempre stanchi.
Mi si avvicinò. Si sedette in quella stessa sedia, che sapeva tanto di lei.
Un cappuccino. E lo presi anche io. Era il nostro rituale. Il mio, o il suo, o soltanto il mio.
***
Lo stesso medesimo bar.
E non ricordo altro all’infuori di quel bar.
È come se la mia vita si fosse fermata lì dentro, come se vivessi lì.
Ma chi sono io? Quell’uomo seduto sempre al solito posto, al solito tavolino, del solito bar.
E cosa mi piace, cosa ordino? Sempre il solito cappuccino.
E cosa guardo? Sempre la solita strada, lì fuori da quella finestra.
Fuori da quel bar la vita scorre, va avanti, le persone sorridono, piangono, cadono, si rialzano, vivono. E io vivo? Certo, io vivo.
Più me lo dico, più cerco di convincermene, più mi sembra strano.
La parola vita per me è strana, sembra quasi lontana da me, ne sono indifferente.
La mia vita era solo lei.
Guardai la sedia che mi stava di fronte, dall’altro lato del tavolino. La stessa sedia di sempre.
Era vuota, ma stava arrivando.
Quel vestito a fiori stava arrivando, proprio adesso sarebbe entrata da quella porta e mi avrebbe sorriso e mi sarebbe corsa incontro, come sempre.
Ma quanto dura questo sempre? A volte un’ora, a volte qualche mese, a volte una vita.
A volte solo un minuto.
Ed eccolo lì il mio sempre. La vidi varcare la soglia del locale, sorridermi e venire da me.
La vidi sedersi di fronte a me. La osservai ordinare il cappuccino.
La vidi sorridere.
È così no? L’ho vista con i miei occhi. Non sono mica matto.
A questo pensiero decisi di togliermi ogni dubbio.
“Io ti vedo, vero?”
Lei storse il labbro. “Ovvio che si”. E rise.
“E tu mi vedi?” Lei rise ancora. “… e sei bellissimo”.
Sorrisi. Non ero matto.
***
Ricordi sfuggenti.
Una macchina. O forse erano due.
O forse era un camion. Si l’altro era un camion. E poi un tonfo.
La puzza di benzina.
Un suono stridulo proveniente dalla frizione.
Graffi.
Lividi.
Ha sbattuto la testa. Qualcuno diceva. Ma ha perso la memoria? Altri si chiedevano.
Io non avevo perso la memoria, e questo lo ricordo benissimo.
Io stavo solo andando da qualche parte.
In questo bar credo.
Si, stavo andando in questo bar. E non ero matto. Anche se tutti dopo quel giorno continuavano a dirlo. Non lo ero. Non lo sono.

Sono seduto al solito posto, del solito bar. Il solito cappuccino. E lei.
Lei dice che io non sono matto. E io ci credo.
Lei mi capisce. Non gli altri.
Lei sa come sono fatto.
Lei mi guarda e mi sorride, e io sto bene.
Il dottore invece dice che sto male.
Mi ha prescritto alcuni farmaci, ma secondo me non servono a molto. Non li prendo.
Tanto non sono matto.
Non ho sbattuto la testa. Non ho perso la memoria.
Io sono al bar, con lei.
E sto bene.
“Come stai?” Le chiedo. Ho bisogno di sentire ancora la sua voce.
“Voglio un altro cappuccino”.
E io chiamo la cameriera.
Ma non è la solita cameriera.
Kim, la ragazza precedente, è partita. Mi ha salutato proprio l’altro giorno, mi ha detto “Stammi bene”, e io le ho sorriso e le ho risposto di divertirsi, che tornata mi avrebbe raccontato il viaggio.  Kim sa tutto di me.
Le raccontavo ogni cosa, mentre aspettavo che Lei arrivasse. Kim era una brava ragazza, aveva i capelli scuri, e occhi color pece, aveva la forza di un uragano, e fumava.
La ragazza-nuova non mi piace. Sembra sempre scontenta, ha il muso lungo, sempre persa nel suo mondo, il ciuffo rosso davanti agli occhi, e la minigonna sempre a vita alta.
Da quando c’è lei, vedo più ragazzi in giro. Forse sperano di «FARSELA».
«Scusi, un cappuccino per mia moglie» dico indicando Kate.
La ragazza storce il naso, e scruta Kate.
«Allora?» le chiedo.
«Quale moglie?» mi risponde di rimando.
«Mia moglie» guardo Kate che mi sorride.
La ragazza scoppia a ridere. «Ma qui non c’è nessuno! Tu sei suonato, bello!», e se ne va.
Sono suonato. Guardo Kate. Come non c’è nessuno?
«Scusa, amore – le dico – Quella ragazzina voleva solo scherzare» Kate continua a fissarmi.  «Amore? Perché non mi rispondi?»
Kate continua a ridere, come se tutto il resto intorno a lei non la sfiorasse minimamente.
Mi arrabbio con lei.
Mi alzo in piedi di scatto e le inveisco contro.
Le persone al bar si girarono a guardarmi, spaventate.
“Amore siediti”. E continua a ridere.
«Non fai nient’altro che ridere!» continuo ad urlare sempre più forte.
Un ricordo. Un flash.  Qualcosa scatta dentro di me. Come una molla.
“Non sono reale”. Mi dice.
Ma io so che lo è.
Kate è reale.
Kate è lì. Allo stesso bar. Con lo stesso cappuccino fumante.
Io non sono matto.
“Amore, siediti”. Continua.
Io continuo ad urlare. «Non sono matto! Kate! Non sono matto!»
Un altro flash.
Un funerale.
Io che piangevo.
Mia figlia che piangeva.
Mia figlia.

La sirena della polizia. Sono venuti a prendermi. Qualcuno li ha chiamati.
«No!» urlo ancora più forte. «Kate! Dì qualcosa!» Ma Kate è sparita.
Con quel suo vestito a fiori.
Con i suoi occhi color cioccolato.
Con il suo profumo che sapeva di lavanda e bucato appena raccolto. Quel suo profumo che sapeva di pane appena sfornato, di fragole e ciliegie, di brezza marina e di vendemmia.
Quel suo profumo che sapeva tanto di casa.
Urlo il suo nome ancora più forte. Non può andarsene.
Non può lasciarmi da solo di nuovo.
Non può lasciarmi bere da solo quel solito cappuccino.
Voglio piangere.
E lo faccio. Piango sempre più forte.
Intanto la polizia arriva.
Io mi accascio a terra.
Non sono matto.
***
La stanza puzza di naftalina.
Come gli ospedali. Forse è un ospedale, un ospedale per matti.
Per pazzi. Per uomini come me.
Sento le mani fragili di una donna sulle mie spalle; Mi accarezzano le spalle, la schiena, risalgono la colonna vertebrale, il mio collo, il mio volto. Adesso è di fronte a me. Kate.
Non sta ridendo. Piange.
E piango anche io.
“Non sono matto, Kate”. Le dico.
“Lo so”. Mi dice.
E piangiamo insieme.
Uno tra le braccia dell’altra.
Non posso essere matto.